Io sono Alice (titolo originale: Alice), il film del 2022 scritto e diretto da Krystin Ver Linden al suo esordio alla regia, è una delle opere più particolari e ambiziose degli ultimi anni nel panorama del cinema americano indipendente.
La pellicola racconta di una schiava nel Sud degli Stati Uniti prima della Guerra Civile che fugge dalla sua piantagione isolata, solo per scoprire una realtà sconvolgente al di là del bosco. Alice desidera la libertà ma è costretta a vivere da schiava in Georgia sotto il suo proprietario brutale Paul. Dopo un violento scontro, fugge attraverso i boschi e si imbatte in un’autostrada, scoprendo presto che l’anno è in realtà il 1973.
In un film che vive di questa frattura temporale e narrativa, la musica non è un semplice sottofondo: è il cuore pulsante della trasformazione della protagonista.
Common: il compositore e l’attore
La colonna sonora originale del film è composta da Common, il rapper e attore di Chicago che nel film interpreta anche Frank, il personaggio che aiuta Alice a orientarsi nel mondo moderno. La scelta di affidare la musica originale proprio a Common non è casuale: la sua firma artistica, profondamente radicata nella tradizione musicale afroamericana, permea ogni scena della seconda parte del film, quella ambientata negli anni Settanta, dando coerenza e profondità a tutto il progetto.
L’estetica sonora: tra schiavitù e blaxploitation
Il film è costruito in modo netto su due metà, e la musica rispecchia questa struttura. La prima parte, ambientata nella piantagione ottocentesca, è caratterizzata da un’atmosfera opprimente e silenziosa, con accenni di canti spirituali afroamericani che evocano la tradizione degli Spirituals. La seconda metà, invece, esplode in un tripudio di suoni funky, soul e R&B degli anni Settanta, abbracciando apertamente l’estetica della blaxploitation — quel filone cinematografico che tra il 1971 e il 1979 portò sullo schermo eroine nere, forti e indomabili, come Pam Grier in Coffy e Foxy Brown.
La colonna sonora è piena di musica anni Settanta, e questo non è solo una scelta stilistica: per Alice, scoprire questa musica equivale a scoprire un’intera identità, una storia e una cultura che le erano state negate. Il film imita perfettamente l’estetica di un film del 1973 senza però fingere di essere stato girato nel 1973.
Le canzoni di repertorio nel film
Accanto alle musiche originali di Common, la colonna sonora non ufficiale del film include brani di repertorio che formano una playlist straordinaria della cultura musicale afroamericana degli anni Settanta. Ecco i pezzi identificati:
- “Brother’s Gonna Work It Out” – Willie Hutch — brano emblematico del funk militante degli anni Settanta, tratto dalla soundtrack di The Mack (1973).
- “I Believe” – Chaka Khan, Karriem Riggins, Isaiah Sharkey, Burniss Earl Travis, Common — un brano gospel-soul che unisce le generazioni, con la voce inconfondibile di Chaka Khan accanto a Common.
- “Higher Ground” – Stevie Wonder — dal leggendario album Innervisions (1973), inno al riscatto e alla speranza.
- “Charms” – Piero Piccioni — curiosa presenza di un compositore italiano, tipica del suono cinematografico della blaxploitation che spesso attingeva a fonti europee.
- “Nobody Knows” – T.L. Barrett & The Youth for Christ Choir — un gospel profondo e potente.
- “Think (About It)” – Lyn Collins — classico del funk afroamericano, già campionato da innumerevoli artisti hip-hop.
- “Reflections” – Diana Ross & The Supremes — uno dei grandi classici Motown, carico di malinconia e grazia.
Una playlist come atto politico
La selezione musicale di Io sono Alice non è mai casuale o decorativa. Ogni canzone è un tassello di un mosaico culturale preciso: la musica diventa per Alice uno strumento di autodefinizione, un modo per scoprire chi è e da dove viene. Willie Hutch, Stevie Wonder, Chaka Khan, Diana Ross — sono nomi che rappresentano decenni di lotta, creatività e resistenza afroamericana. Quando Alice li ascolta per la prima volta, sta ascoltando se stessa.
In questo senso, la colonna sonora di Io sono Alice va ben oltre il semplice accompagnamento: è una dichiarazione d’identità, un atto di riappropriazione culturale e, in ultima istanza, di liberazione.